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Dolore: perché aumenta con l'età e quando prendere gli analgesici
Il dolore è una delle esperienze più comuni della nostra vita, eppure il suo funzionamento è molto più complesso di quanto immaginiamo. Spesso lo consideriamo un semplice campanello d'allarme che ci avverte di un pericolo e ci permette di reagire immediatamente. In realtà, la sua funzione principale non è proteggerci nell'immediato, ma aiutarci a evitare situazioni potenzialmente dannose in futuro.
A spiegarlo è il dott. Michelangelo Buonocore, neurologo Maugeri, che approfondisce il ruolo del dolore, i cambiamenti che si verificano con l'invecchiamento e il corretto ricorso ai farmaci analgesici.
Il dott. Buonocore ne parlerà anche in un ciclo di tre incontri organizzati a Stradella, al Centro Sociale Stradellino "Luigina Albergati" il lunedì alle alle 17 nelle date 12-19 e 26 ottobre 2026. Gli eventi sono patrocinati da Maugeri e dal Comune di Stradella.
"Non proviamo dolore per proteggerci nell'immediato, come comunemente si crede. Pensiamo, ad esempio, a quando calpestiamo qualcosa di appuntito: ritiriamo subito la gamba, ma questo movimento non è determinato dalla sensazione dolorosa. È un riflesso involontario che si attiva nel midollo spinale, prima ancora che lo stimolo doloroso raggiunga il cervello", spiega il dott. Buonocore.
Il meccanismo è quindi più rapido della percezione cosciente: quando il cervello elabora la sensazione di dolore, la gamba è già stata ritirata. Il riflesso spinale rappresenta una risposta automatica, mentre la sensazione dolorosa viene elaborata successivamente a livello cerebrale.
A cosa serve il dolore?
"La sensazione dolorosa è fondamentale soprattutto per proteggerci nel futuro. Ci insegna a riconoscere e memorizzare le situazioni da evitare, perché potenzialmente in grado di provocare lesioni, anche gravi - dice Buonocore- . Il cervello, infatti, non registra soltanto la causa del dolore, ma anche il contesto in cui si è verificato. Se, per esempio, ci pungiamo un piede calpestando un riccio di mare, memorizziamo sia la causa della lesione sia l'ambiente in cui è avvenuta, come la sabbia della spiaggia".
"Questa registrazione coinvolge prevalentemente l'ippocampo. Il cervello, tuttavia, compie un passaggio ulteriore: utilizza l'esperienza per elaborare strategie che permettano di evitare situazioni simili. Non soltanto, quindi, impariamo a riconoscere il pericolo rappresentato dal riccio di mare, ma possiamo estendere questa conoscenza ad altri stimoli potenzialmente dannosi, come le spine di un riccio di castagna", prosegue.
Questa capacità di generalizzare l'esperienza coinvolge prevalentemente la neocorteccia, in particolare le regioni frontali, che partecipano ai processi cognitivi più complessi.
Il dolore, dunque, non è soltanto una sensazione spiacevole: è anche un importante meccanismo di apprendimento, memoria e adattamento all'ambiente.
Perché il dolore aumenta con l'età?
Con il passare degli anni è più frequente convivere con dolori persistenti o ricorrenti. Non si tratta soltanto di una conseguenza dell'invecchiamento dei tessuti: cambia anche il funzionamento dei sistemi nervosi che regolano la percezione del dolore e le risposte protettive dell'organismo.
"La causa più importante dell'aumento del dolore nelle persone anziane è sicuramente la maggiore frequenza di patologie che hanno il dolore tra i loro sintomi", spiega il dott. Buonocore.
Tra queste, una delle più diffuse è l'artrosi, una patologia degenerativa che interessa le articolazioni dotate di cartilagine e può coinvolgere anca, ginocchio, colonna vertebrale e piccole articolazioni delle mani.
Non sono da trascurare, inoltre, le patologie dei tendini, soprattutto a livello di spalle e mani, e le neuropatie dolorose, cioè quelle condizioni che derivano da un danno o da un'alterazione dei nervi.
Tra gli esempi rientrano la polineuropatia diabetica, le neuropatie conseguenti all'herpes zoster e le sindromi da intrappolamento dei nervi periferici. Una delle più comuni è la sindrome del tunnel carpale, causata dalla compressione del nervo mediano a livello del polso.
Ma esiste anche un'altra componente, meno conosciuta, che contribuisce ad aumentare il rischio di dolore e lesioni: la progressiva riduzione dell'efficienza dei meccanismi di protezione dell'organismo.
"Nell'individuo giovane e sano esistono diversi sistemi che riducono la probabilità di subire lesioni e avvertire dolore. Con l'avanzare dell'età questi meccanismi diventano meno efficienti, anche a causa della progressiva perdita di neuroni e fibre nervose", approfondisce il neurologo.
Un aspetto apparentemente paradossale riguarda proprio la soglia del dolore: con l'invecchiamento tende ad aumentare, quindi sono necessari stimoli più intensi per percepire una sensazione dolorosa.
Ma non è questo l'unico cambiamento. Aumenta anche la soglia di attivazione dei riflessi spinali: le risposte automatiche che normalmente ci permettono di allontanarci rapidamente da uno stimolo potenzialmente dannoso possono diventare più lente.
"La protezione automatica, riflessa e inconscia si attiva in ritardo, aumentando il rischio di riportare lesioni. Ecco perché può capitare che una persona anziana presenti piccole lesioni cutanee senza ricordare di aver avvertito dolore nella zona interessata".
A questo si aggiunge la maggiore fragilità dei tessuti invecchiati, che li rende più vulnerabili ai traumi. Il risultato è una maggiore probabilità di riportare lesioni che possono diventare a loro volta fonte di dolore.
L'invecchiamento, quindi, modifica sia la percezione dolorosa sia la capacità dell'organismo di reagire agli stimoli potenzialmente lesivi.
Quando prendere gli analgesici? Il dolore non va sempre eliminato
Gli analgesici rappresentano uno strumento importante per il controllo del dolore, ma il loro utilizzo dovrebbe essere sempre consapevole e appropriato.
Negli ultimi anni il consumo di farmaci antidolorifici è cresciuto. Un fenomeno che, secondo il dott. Buonocore, può essere ricondotto a diversi fattori: l'aumento dell'aspettativa di vita e delle patologie croniche dolorose, la disponibilità di nuove formulazioni di farmaci già esistenti e, non da ultimo, i modelli comportamentali della società contemporanea.
"Oggi siamo abituati a pensare di dover essere sempre performanti e che qualsiasi problema debba essere risolto nel minor tempo possibile. Questo atteggiamento si riflette anche nel rapporto con il dolore: spesso si tende a voler eliminare immediatamente qualsiasi sensazione dolorosa, anche quando non sarebbe necessario".
È importante, però, distinguere casi e situazioni. In presenza di dolore intenso, persistente e continuo, oppure in caso di dolore post-chirurgico, post-traumatico o legato alle fasi avanzate di una malattia, il ricorso agli analgesici è fondamentale per ridurre la sofferenza e migliorare la qualità della vita della persona.
Diverso è il caso dei dolori lievi e occasionali, che possono insorgere dopo uno sforzo intenso, un sovraccarico o una riacutizzazione temporanea di una patologia cronica.
"In queste situazioni, quando il dolore è lieve e sappiamo che tende a risolversi in pochi giorni, può essere preferibile evitare l'assunzione automatica di analgesici e, soprattutto, cercare di individuare ed evitare le attività che provocano il dolore".
Il motivo è legato alla funzione stessa del dolore: rappresenta un segnale che ci informa che qualcosa non va. Se una parte del corpo è lesionata o infiammata, continuare a sottoporla a sforzi può ostacolare il recupero.
Un comportamento da evitare, in particolare, è utilizzare gli antidolorifici per continuare a svolgere le proprie attività senza avvertire dolore, come se il farmaco fosse una sorta di sostanza dopante.
"Assumere un analgesico per continuare a caricare una parte del corpo lesionata, eliminando il limite rappresentato dal dolore, può peggiorare la lesione - aggiunge il medico-. Quando l'effetto del farmaco termina, inoltre, il dolore può risultare ancora più intenso, proprio perché nel frattempo si è continuato a sollecitare il tessuto danneggiato».
Si può così innescare un circolo vizioso: il dolore aumenta, si tende ad assumere dosi maggiori o a cercare altri farmaci e cresce il rischio di un utilizzo eccessivo degli analgesici.
Naturalmente, la scelta di assumere o meno un antidolorifico deve tenere conto della causa del dolore, della sua intensità, della durata e delle condizioni individuali. Anche i dolori apparentemente lievi o ricorrenti, se persistono, meritano una valutazione medica. Non bisogna inoltre sospendere o modificare autonomamente terapie già prescritte.
Ascoltare il dolore per prendersi cura di sé
Il dolore è un'esperienza complessa, nella quale si intrecciano meccanismi neurologici, memoria, apprendimento e risposte dell'organismo. Non è soltanto qualcosa da eliminare, ma anche un segnale da comprendere e interpretare.
Come ricorda il dott. Michelangelo Buonocore, imparare a riconoscere il dolore e rispettarne i segnali significa anche evitare comportamenti che potrebbero aggravare una lesione o ritardarne la guarigione.
CICLO DI INCONTRI: "IL DOLORE, CONOSCERLO, COMPRENDERLO, GESTIRLO.
Centro sociale Stradellino, ore 17:00:
- Lunedì 12 ottobre: "Non tutti i mali vengono per nuocere. Perché proviamo dolore"
- Lunedì 19 ottobre: "Quando ero giovane non avevo tutti questi dolori. Come cambia il dolore con il passare degli anni"
- Lunedì 26 ottobre: "Analgesici? Non sempre. Come e quando è possibile evitarne un utilizzo non necessario"