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Malattia di Alzheimer: importante riconoscere i segnali e chiedere aiuto
Dimenticare ogni tanto un nome o dove si sono appoggiate le chiavi può capitare a chiunque. Il campanello d’allarme è un cambiamento che si ripete e comincia a interferire con appuntamenti, gestione della casa, del denaro o altre attività abituali.
La malattia di Alzheimer non coincide con il normale invecchiamento. Riconoscere cambiamenti persistenti della memoria e dell’autonomia permette di avviare una valutazione specialistica. I Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) accompagnano paziente e famiglia dalla diagnosi alla presa in carico.
“Il punto non è trasformare ogni dimenticanza in un sospetto, ma sapere quando chiedere aiuto”. Come spiega il dott. Christian Lunetta, neurologo e Direttore del Dipartimento di Riabilitazione Neuromotoria Maugeri, “l’inizio della malattia è tendenzialmente subdolo”.
Quali sono i primi sintomi dell’Alzheimer?
Nelle forme più comuni, i primi sintomi dell’Alzheimer riguardano soprattutto la memoria recente: dimenticare conversazioni o appuntamenti, ripetere più volte le stesse domande, faticare ad apprendere nuove informazioni. Possono comparire anche difficoltà nel trovare le parole, disorientamento nel tempo o nello spazio e problemi nel pianificare attività prima gestite senza aiuto.
Un episodio isolato non basta per parlare di malattia. Conta la persistenza del cambiamento e il suo effetto sulla vita quotidiana. Spesso è chi vive accanto alla persona ad accorgersene: secondo il dott. Lunetta, “è molto più frequente che sia il familiare a iniziare a osservare tutta una serie di deficit sul fronte della memoria, che iniziano ad accendere un campanello d’allarme”.
Con la progressione possono aumentare la perdita di autonomia, l’ansia, l’irritabilità e i disturbi del comportamento. Nelle fasi avanzate possono essere coinvolti linguaggio, mobilità e deglutizione, fino alla necessità di assistenza continuativa. Il decorso, tuttavia, non è identico per tutti.
Alzheimer e “demenza senile” sono la stessa cosa?
No. Demenza è un termine generale che descrive un declino delle capacità cognitive e del comportamento abbastanza importante da compromettere l’autonomia. L’Alzheimer è una malattia specifica ed è la causa più comune di demenza, ma non l’unica: esistono, tra le altre, demenze vascolari, frontotemporali e a corpi di Lewy.
L’espressione “demenza senile” è comune, ma poco precisa: collega il problema all’età senza indicarne la causa. Invecchiare aumenta il rischio, ma la demenza non è una conseguenza inevitabile dell’età. Anche depressione, disturbi del sonno, farmaci e carenze metaboliche o nutrizionali possono ridurre le prestazioni cognitive.
Esistono inoltre condizioni intermedie. Nel deterioramento cognitivo lieve (MCI) i test rilevano una difficoltà, ma l’autonomia è conservata; nel disturbo cognitivo soggettivo la persona avverte un cambiamento che non trova conferma nei test. Nessuna delle due condizioni equivale automaticamente a una futura diagnosi di Alzheimer.
L’Alzheimer è ereditario? Che cosa cambia nelle forme precoci?
Avere un familiare con Alzheimer non significa essere destinati ad ammalarsi. La maggior parte dei casi è sporadica e multifattoriale: età, predisposizione genetica, salute cardiovascolare, ambiente e stili di vita concorrono al rischio. Alcune varianti, come APOE ε4, aumentano la probabilità, ma non permettono da sole di prevedere chi svilupperà la malattia.
Le forme direttamente causate da una mutazione ereditaria sono rare e più spesso associate a un esordio precoce. Si parla di Alzheimer a esordio precoce quando i sintomi compaiono prima dei 65 anni. La presa in carico deve considerare anche le conseguenze lavorative, economiche e familiari e può includere consulenza e test genetici quando indicati.
Come si arriva alla diagnosi e che cosa fanno i CDCD?
Il primo passo è parlarne con il medico, che può indirizzare al neurologo, al geriatra o a un Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze. La diagnosi non deriva da un singolo test: unisce il racconto del paziente e dei familiari, la visita, brevi prove di screening e, quando necessario, una valutazione neuropsicologica più approfondita.
Gli esami del sangue aiutano a cercare condizioni che possono influire sulle funzioni cognitive; la risonanza magnetica o, in alternativa, la TAC permettono di valutare altre possibili cause. In casi selezionati possono essere utilizzati esami di medicina nucleare o biomarcatori nel liquido cerebrospinale. Non tutti gli esami sono necessari per ogni persona.
Nati come evoluzione delle Unità di Valutazione Alzheimer, i CDCD sono oggi “un vero e proprio punto di riferimento per studiare la diagnostica dei disturbi cognitivi e delle demenze, definire la diagnosi e le cure, ma anche contribuire alla ricerca”, spiega Lunetta. Il loro ruolo comprende valutazione precoce, monitoraggio e sostegno alla famiglia.
Quali cure sono disponibili e si può ridurre il rischio?
Oggi non esiste una cura capace di invertire l’Alzheimer, ma si può intervenire. I farmaci sintomatici possono aiutare alcune persone a controllare disturbi cognitivi o comportamentali. Nuove terapie contro la beta-amiloide possono rallentare il declino in una parte dei pazienti nelle fasi iniziali, ma richiedono selezione e monitoraggio specialistico e non rappresentano una guarigione.
La presa in carico comprende anche stimolazione cognitiva, riabilitazione, terapia occupazionale, logopedia o attività motoria quando indicate, oltre al supporto psicologico e alla formazione del caregiver. In Maugeri questi interventi possono affiancare il percorso ambulatoriale; per pazienti selezionati, l’intervista segnala anche attività di tele-riabilitazione cognitiva, sincrona o monitorata a distanza.
“Quindi questo insieme tra farmaci, strategie non farmacologiche e stile di vita sicuramente rappresenta il piano terapeutico su cui il paziente deve lavorare”, riassume Lunetta. Attività fisica, relazioni sociali, alimentazione equilibrata, sonno adeguato e controllo di pressione, colesterolo, diabete, fumo e problemi dell’udito contribuiscono alla salute del cervello. Possono ridurre il rischio o sostenere il benessere, ma non garantiscono che la malattia non compaia e non devono colpevolizzare chi si ammala.
Rivolgersi presto a un centro specializzato permette di distinguere l’Alzheimer da altre condizioni, programmare gli interventi utili e non lasciare sola la famiglia. È questo il valore di una diagnosi tempestiva: non un’etichetta anticipata, ma l’inizio di un percorso più consapevole.